Cosa vuol dire fare una terapia di coppia? Parte prima

Cos’è la terapia di coppia?

 Parlare di terapia della coppia ha un valenza molto importante, infatti vuol dire lavorare su terapia-di-coppia-legnago-243problematiche della relazione, non della singola persona. La stragrande maggioranza delle coppie arriva in terapia con l’idea radicata che il problema è l’altro (“Non mi capisce, sta sempre zitto/a, è geloso/a”) e, espressamente o implicitamente, chiede al terapeuta di “cambiare” il partner. La trappola in cui cade la persona che chiede al terapeuta di modificare l’altro, però non farà altro che rafforzare la persona accusata di essere “sbagliata” (sì, in terapia di coppia si arriva, in certi casi, anche a negativizzare tutta la personalità dell’altro se questa non coincide con le aspettative dell’altro) … “Devi cambiare! Non vai bene così”, quanti sono cambiati quando gli è si è rivolta questa domanda? Come ci si sente?

 Ci sono vari modi di intendere la coppia, il modo forse più utile se vogliamo parlarne senza morale o preconcetti è intendere due persone, con due storie personali, insomma di due persone autentiche con le loro idee che s’incontrano in un dato momento della loro vita e decidono di condividere spazi, tempi, comunicazioni, affetti.

 Quando parlo di “storia personale” intendo un aspetto fondamentale, ovvero: tutti gli apprendimenti cognitivi ed emotivi costruiti fino a quel momento. Questi apprendimenti ci influenzano in maniera significativa, un esempio: perché ci sono persone gelose e altre meno gelose? Perché una persona tende ad arrabbiarsi di meno rispetto ad un’altra per un evento simile? Questo lo spiega moltissimo la storia personale, che è diversa in ognuno di noi. Ognuno di noi, tramite le relazioni in famiglia, con gli amici, con gli insegnanti, ha imparato a rispondere in un certo modo agli eventi e a vederli in un certo particolar modo.

 Ora, nella coppia, data l’intimità e la frequentazione è ovvio che le due storie possono “scontrarsi”: un atteggiamento del partner può attivare nell’altro fastidi che il primo partner nemmeno si sognava di attivare (gli esempi sono pressoché infiniti). Ricordo di una coppia dove, durante le vacanze il marito non portava mai anche la valigia della moglie, per la moglie questo era un segno di maleducazione, ma analizzando la storia del marito venne fuori, ingenuamente, che nella propria famiglia di origine e nelle sue idee un gesto simile voleva dir sminuire la donna, perché la propria madre aveva sempre sognato un’indipendenza mai realizzata. Da quel momento in poi il marito iniziò tranquillamente ad aiutare la moglie con i bagagli.  Questo cosa vuol dire? Che se non si comunica sul problema, o se non si va a fondo si rimane anche per anni con un silenzioso rancore.  

Tutto il rapporto di coppia si  basa sulla comunicazione, che non vuol dire solo “tesoro, ora dobbiamo parlare”, ma vuol dire capire che ogni cosa che facciamo o diciamo è un messaggio per l’altro, e sarà utile in terapia scoprire come si è soliti comunicare e cosa è possibile cambiare per capirsi meglio

Quali funzioni ha il terapeuta?

Il terapeuta è un “allenatore” della coppia. Aiuta i membri della coppia ad esprimere la propria autenticità attivando parti di discussioni che la coppia normalmente forse non tratterebbe. Il terapeuta rende sicura l’area, quindi le persone potranno discutere e mettersi alla prova.

Il terapeuta è un elemento neutrale: non prenderà mai le parti di ciascun membro della coppia, evidenzierà le modalità comunicative dei partner, e proporrà (implicitamente ed esplicitamente) nuove modalità comunicative più utili alla coppia

Qual è lo scopo della terapia?

 Lo scopo lo decide la coppia. Certamente andare in terapia non vuol dire che il terapista farà di tutto perché la coppia rimanga unita. Scopo della terapia per il terapista è dare spazio di interazione, permettere alle persone di esprimere la loro autenticità e mettersi alla prova nella condivisione

        Seconda parte dell’articolo: la scoperta dell’autenticità

 

Cosa vuol dire fare una terapia di coppia? La scoperta dell’autenticità, parte seconda

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